CAMPI FLEGREI

 

Stratigrafia dei Campi Flegrei

I Campi Flegrei sono un campo vulcanico che occupa una vasta area (circa 450 km2) che va dall’isola di Procida a buona parte della città di Napoli [1]. Sono formati perlopiù da vulcani monogenici, prodotti da una singola attività eruttiva di tipo esplosivo. Le rocce più antiche appartenenti a questo campo vulcanico affiorano proprio nel’area urbana napoletana e risalgono a circa 78mila anni fa. La storia eruttiva dei Campi Flegrei è sicuramente più antica ma i prodotti vulcanici precedenti sono alterati, quindi inadatti a essere datati. Considerazioni vulcanologiche e geocronologiche permettono di suddividere la storia eruttiva dei Campi Flegrei in quattro periodi [2]: Paleoflegrei (>74/78mila anni), I periodo (da 39mila a 74mila anni), II periodo (da 15 mila a 39 mila anni) e III periodo (presente a 15mila anni) [3]. I prodotti più antichi affiorano lungo il bordo della caldera associata all’Ignimbrite Campana e consistono in relitti di vulcani monogenici e subordinate lave separati da paleosuoli [4]. Intercalati a questi depositi si rinvengono prodotti vulcanici provenienti da altre aree di vulcanismo attivo quali le isole di Ischia e Procida.
       
 

Eruzioni che generano caldere

La struttura dei Campi Flegrei è fortemente condizionata dai due grandi eventi ignimbritici che hanno eruttato enormi volumi di magma e causato due sprofondamenti calderici 39mila anni fa, con l’eruzione dell’Ignimbrite Campana, e 15mila anni fa, con l’eruzione del Tufo Giallo Napoletano. Entrambe sono eruzioni Pliniane e hanno avuto un’evoluzione simile, iniziando con una fase da colonna sostenuta che ha depositato prodotti da caduta, seguita dal collasso della colonna eruttiva con la formazione di correnti piroclastiche che hanno accumulato spesse successioni piroclastiche. Al contrario, lo stile eruttivo dei due eventi, e, conseguentemente, i tipi di depositi sono notevolmente diversi. Quella dell’Ignimbrite Campana è un’eruzione magmatica e la fase esplosiva è controllata dai gas interni. Ciò genera juvenili ben vescicolati (pomici) ed elevate temperature eruttive che producono depositi da corrente piroclastica diffusamente saldati [5]. L’eruzione del Tufo Giallo Napoletano è il prodotto dell’interazione del magma in risalita con acqua esterna (eruzione freatomagmatica), che innesca un’intensa frammentazione del magma e la formazione di depositi cineritici [6]. Benchè questo tipo di interazione sia abbastanza comune nella storia eruttiva dei Campi Flegrei, di solito interessa piccole eruzioni. Quella del Tufo Giallo Napoletano è una delle rare eruzioni di tipo freatopliniano documentate nel mondo. L’eruzione dell’Ignimbrite Campana ha una magnitudo di 7.2 e un volume di 7.8 km 3 (DRE) per la fase da colonna sostenuta e di 67 km 3 (DRE) per la fase di collasso. La sequenza tipo è formata da dieci unità stratigrafiche che mostrano differenti litologie e dispersione [7]. Alla base affiora un deposito pomiceo da caduta, stratificato, disperso verso est. Questo deposito copre oltre 4000 km2 all’interno dell’isopaca dei 15 cm [8a]. Rinvenimenti distali sono distribuiti in Europa orientale e nel bacino del Mediterraneo [8b]. A tetto del deposito Pliniano da caduta affiora una complessa architettura di depositi di corrente piroclastica che mostra variazioni laterali di facies da una breccia grossolana, ricca in litici e depositi intensamente saldati nelle aree prossimali a depositi distali leggermente saldati o litificati [7]. Il Tufo Giallo Napoletano è costituito principalmente da depositi di correnti piroclastiche e subordinatamente da depositi da caduta. Lo stile eruttivo è principalmente freatomagmatico con limitate fasi magmatiche. Alla base affiora un deposito cineritico, sottilmente stratificato [9] che mantella la paleotopografia. Si tratta di un deposito da caduta con una distribuzione regionale prodotto durante una fase freatopliniana dell’eruzione. Successivamente si alternano livelli cineritici e pomicei da caduta. La parte superiore e più spessa della successione è costituita a numerosi livelli associati a varie litofacies che testimoniano il carattere fortemente instazionario e non-uniforme delle correnti piroclastiche che hanno sedimentato la maggior parte dei prodotti di quest’eruzione.
    
    

 

Prodotti post-calderici e bradisismo

Successivamente a entrambi gli eventi calderici la maggior parte delle eruzione è confinata all’interno delle aree sprofondate. Si formano numerosi edifici vulcanici che colmano le depressioni calderiche fin quasi a obliterare le strutture. Numerosi centri vulcanici affiorano ben all’interno dei limiti amministrativi della città di Napoli, il più giovane dei quali è l’isola di Nisida [10], che si è formata a seguito di un’eruzione esplosiva avvenuta soli 3.9mila anni fa. La presenza diffusa di vulcani che hanno eruttato recentemente testimonia dei rischi di una futura attività vulcanica esplosiva all’interno della città di Napoli. L’eruzione flegrea più recente è avvenuta nel settembre del 1538 quando, in una settimana, si è costruito un nuovo edificio vulcanico, il Monte Nuovo [11] lungo il litorale flegreo. Prima dell’eruzione si era osservato un arretramento della linea di costa causato da un sollevamento del suolo. I lenti movimenti del suolo (bradisismo) caratterizzano l’intera storia eruttiva flegrea e sono a tutt’oggi continuamente monitorati. Due intense crisi bradisismiche hanno coinvolto l’area flegrea all’inizio degli anni ’70 e ’80 determinando un sollevamento complessivo di oltre 3 metri, in corrispondenza della città di Pozzuoli.
 

Bibliografia

Fedele L., Esposito C., Franciosi L., Morra V.,  Perrotta A., Santangelo N., Scarpati C. 2016. Campi Flegrei e Procida. Guide Geologiche Regionali, Campania e Molise 69-80
Scarpati C and Perrotta A. 2016 Stratigraphy and physical parameters of the Plinian phase of the Campanian Ignimbrite eruption. Geological Society of America Bulletin v. 128, no. 7-8, p. 1147-1159
Scarpati C. , Perrotta A., Lepore S., Calvert A., 2013 Eruptive history of Neapolitan volcanoes: constraints from 40Ar/39Ar datings. Geological Magazine, 150: 412-425.
 
 
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